IL RISORGIMENTO
Gli austriaci si comportarono inizialmente con tatto e prudenza e riuscirono ad accattivarsi il favore popolare. Un po' alla volta, però, le cose cambiarono: il ripristino del servizio militare obbligatorio, l'istituzione di una severa censura sulla stampa, le perquisizioni, la chiusura delle fabbriche di armi, le persecuzioni contro i liberali crearono un clima di malcontento che si diffuse sempre di piú.
Brescia divenne, con Milano, uno dei piú attivi centri antiaustriaci.
I carbonari bresciani, riuniti nel cenacolo letterairio dell'Ateneo, prepararono cospirazioni e congetture assieme ai carbonari di altre province.
Dopo il fallimento dei moti del 1821, 13 patrioti bresciani furono processati e condannati a morte (1823), pena commutata poi nel carcere duro.
Due anni dopo Francesco I d'Austria fece il suo ingresso a Brescia accolto con costosi festeggiamenti, ma nello stesso anno il vescovo Nava pregò pubblicamente per il ritorno dei patrioti dalle carceri austriache.
Nel 1836 un'epidemia di colera colpà la città: morirono circa 10.000 persone.
E giunse il 1848. Il 18 marzo Milano insorse (Cinque Giornate) e subito la imitarono Bergamo, Cremona e Brescia. I bresciani chiesero e ottennero la guardia civica e il 22 marzo le truppe austriache di presidio al Castello si
allontanarono. Fu subito nominato un governo provvisorio.
Di fronte a questi eventi Carlo Alberto dichiarò guerra all'Austria; il 31 marzo per Brescia passò l'esercito piemontese diretto verso il Quadrilatero.
Purtroppo, dopo i primi scontri vittoriosi di Goito, Pastrengo, Curtatone e Montanara, i piemontesi subirono la sconfitta di Custoza (26 luglio). Ne
conseguà l’armistizio Salasco e il 16 agosto 15.000 austriaci entrarono in Brescia deserta, con porte e negozi sprangati e la popolazione chiusa in casa.
Il nuovo comandante della guarnigione, Haynau, non tentò in alcun modo di mitigare l'intransigenza, anzi oppresse in ogni modo la città che reagà difendendosi ostinatamente.
I bresciani erano incoraggiati dal comitato segreto retto da Bortolo Gualla che preparava l'insurrezione in città e nelle valli.
Il 21 marzo 1849 riprese la guerra tra Austria e Piemonte. Gli austriaci si allontanarono da Brescia per raggiungere la zona delle operazioni, lasciando un migliaio di soldati a presidio del Castello.
La città si preparò alla rivolta, mentre Tito Speri organizzava reparti armati. Il 23 marzo i moti incominciarono in piazza della Loggia e il comandante del Castello prese allora a bombardare la città. I bresciani risposero alzando le barricate.
Erano iniziate le Dieci Giornate che avrebbero meritato a Brescia l'appellativo di «leonessa d'Italia».
Tito Speri e i suoi volontari compirono prodigi di valore, come del resto tutta la popolazione, ma il 31 marzo, nono giorno, nel Castello giunse di nascosto un battaglione comandato da Haynau.
Questi intimò la resa, ma il popolo, convinto erroneamente di una vittoria piemontese dopo la disfatta di Novara, rispose facendo suonare tutte le campane.
L'offensiva austriaca si scatenò con grande violenza, ma i bresciani fecero pagare carissima l'inevitabile resa. Proprio nell'ultimo giorno avvenne l'episodio del popolano Carlo Zima che si avvinghiò a uno
dei croati che l'avevano cosparso di materiale infiammabile e gli avevano dato fuoco e lo trascinò con sé nella morte.
La rappresaglia austriaca fu terribile: fucilazioni, arresti, 6 milioni
di lire austriache di multa, la repressione piú ferrea che mai.
Nell'agosto 1849 un'amnistia permise agli emigrati politici di ritornare. Rientrarono cosà a Brescia Tito Speri, Pietro Boifava, Luigi Lechi e molti altri. L'anno seguente Speri costituà un comitato insurrezionale
che imitava quello mantovano presieduto da don Tazzoli. Un elenco segreto di nomi fu però sequestrato e decifrato e Speri fu arrestato assieme a molti altri. Il 3 marzo 1853 il giovane salà al patibolo sugli spalti di Belfiore, a Mantova. Aveva 27 anni.
Nel 1857 l'imperatore Francesco Giuseppe fu accolto a Brescia con la massima freddezza. Due anni dopo scoppiava la seconda guerra d'indipendenza.
Nella notte tra il 10 e l’11 giugno 1859 le truppe austriache abbandonarono, finalmente il Castello.
Il 13 giugno entrò in città Garibaldi, il 17 giugno Vittorio Emanuele II, il 18 giugno Napoleone III. L'entusiasmo della folla fu indescrivibile.
Il 24 giugno a S. Martino e Solferino si decisero le sorti della guerra. I
bresciani parteciparono con volontari e anche organizzando un efficientissimo servizio sanitario. I soldati curati furono ben 35.143.
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